Psicoterapia Funzionale: La formazione in psicoterapia.

Centro Majorana, Erice, 1992.

Luciano Rispoli, psicologo e psicoterapeuta, propone un modello di formazione-ricerca tra pubblico e privato che potrebbe essere non solo una risposta politica soddisfacente alle questioni che rischiano di lacerare la nostra disciplina, ma anche una valida e suggestiva proposta che si muoverebbe dalla psicologia verso gli statuti di altri rami della scienza.


Non è possibile parlare di formazione in psicoterapia se non si affronta la delicata e fondamentale questione dell’esistenza di vari indirizzi, di differenti approcci teorici e tecnici. Non esiste infatti una formazione neutra, al di sopra delle parti, una formazione rivolta allo psicologo clinico tout court. La formazione è essenzialmente un’acquisizione, a vari livelli, di metodologie e conoscenze; formazione è sempre in sé stessa ricerca, ricerca personale innanzitutto, e poi sul funzionamento della persona in genere, della relazione, dei gruppi. In tal senso la formazione è strettamente legata non solo nei suoi contenuti, ma anche nelle sue forme, a precisi quadri teorici di riferimento. Ma poiché la formazione è ricerca, quanto appena asserito non significa che la formazione debba considerarsi confinata entro limiti ristretti: anzi è proprio nel collegamento con dei quadri teorici generali la sua possibilità di spaziare in sempre nuovi territori e costruire nuove organizzazioni scientifiche. Il terreno della terapia è e rimarrà a lungo uno dei temi fondamentali della psicologia, poiché terreno di incontro con le esigenze sempre più coscienti dell’utenza nel diritto alla salute e al benessere. Non dobbiamo ridurre arbitrariamente il concetto di approccio psicoterapeutico al solo momento della cura, e per lo più di una cura assimilata al setting privato e individuale, magari di una analisi di lunga durata.

Per psicoterapia, invece, si deve intendere (in un’accezione che è ormai condivisa dal mondo scientifico e dal pensiero comune) quell’insieme di sistemi, di paradigmi teorici, di ipotesi che si riferiscono al funzionamento psicofisico dell’essere umano, sia a livello individuale che sociale. Dunque nella psicologia clinica noi ritroviamo fondamentalmente complessi modelli teorici, o meglio ampie aree teorico-tecniche che l’attraversano longitudinalmente, toccando nelle loro articolate formulazioni: una teoria generale della personalità, il funzionamento generale dello psichismo e il suo sviluppo evolutivo, i processi di connessioni con il corporeo, il funzionamento familiare e gruppale, lo studio delle trasformazioni nelle varie fasi di vita, lo studio delle cause delle alterazioni e degli squilibri delle condizioni di benessere, la comprensione dell’acquisizione di nozioni e capacità, la diagnostica dei disturbi e, soltanto alla fine, le tecniche e le metodologie curative e di intervento. Le aree teoriche sono un insieme di modelli ipotetico-deduttivi molto vicini tra di loro, nati dalla pratica clinica e confermati sia da una congruenza interna, sia da una verifica applicativa, sia dalla continua acquisizione di nuovi dati che giungono da tutti i campi della scienza concernenti l’uomo. Dietro ogni ramo della psicologia ci sono comunque le differenti aree teoriche, con ipotesi, proposizioni, spiegazioni differenti; aree che, tanto per intenderci, a volte vengono chiamate riduttivamente “approcci clinici” o “scuole di psicoterapia”. Dunque è la pratica psicoterapeutica (vista naturalmente in senso lato) che ha prodotto, intrecciandosi con le ricerche sperimentali, queste ampie aree teoriche (con le loro varie ipotesi sulla struttura della personalità); e da queste discendono, successivamente, le indicazioni per l’intervento operativo nei diversi settori applicativi.

Ora un’area teorica esplora con le sue varie proposizioni scientifiche tutti gli aspetti del funzionamento umano e dunque anche l’ambito della relazione (tra paziente e terapeuta, medico e malato, insegnante e allievo, e così via). Non bisogna dunque confondere la pratica psicoterapeutica con la teoria generale; i modelli di cui parliamo non sono privi di una teoria generale, e quelli che ne sono privi non possono che ridursi a mere tecniche empiriche. L’esistenza di modelli e di teorie generali permette trasposizioni da un piano specifico all’altro, sperimentazioni e verifiche ad ampio respiro, impostazioni di ricerche, operazioni di predittività, anche in relazione a quella particolare categoria di eventi così unici e irripetibili quali sono i trattamenti psicoterapeutici. La predittività non si riferisce naturalmente alla singola esperienza terapeutica, all’incontro del tutto singolare tra due persone, due realtà, due storie ogni volta diverse da tutte le altre. Quello di cui parliamo non è la narrazione storica di un singolo trattamento psicoterapeutico (che varia di volta in volta), bensì la sua narrazione scientifica, cioè quell’accadere di fasi, di processi, di andamenti che sono comuni ad ogni vicenda terapeutica, e che il modello generale è appunto in grado di ipotizzare, comprendere, rilevare e confermare. E’ proprio di una teoria generale la possibilità di trovare applicazioni operative ampie poichè può abbracciare fenomenologie, problematiche, situazioni, sintomatologie presenti in ambiti, in culture e in condizioni le più differenti. Naturalmente la pratica nei diversi ambiti è al contempo conferma e fonte di nuovi inputs per l’aggiornamento della teoria generale e dunque anche della teoria della tecnica. Ma se fino ad oggi non si è potuto parlare che di differenti psicoterapie, possiamo dire che attualmente una nuova fase (anche se attraverso modalità differenti nelle diverse nazioni) è già in atto: quella della costruzione di un corpus teorico clinico di base, comune (ma non nel senso di “unico” né di “monolitico”), attraverso collegamenti e interazioni tra le grandi aree teoriche. E’ un processo lento, che costringerà a mettere da parte ipotesi e proposizioni che non risultassero più congruenti con l’intero campo, o con le ricerche nei settori contigui, che hanno nel frattempo arricchito di nuovi dati le nostre conoscenze. Certo è che le scoperte (e gli interrogativi che ne derivano) realizzate dai vari approcci clinici riguardano l’intero campo e non soltanto il singolo approccio: sono patrimonio di tutti, richiedono la risistemazione di tutte le conoscenze e di tutti i singoli quadri teorici, perchè l’oggetto di studio e di intervento è il medesimo. Il problema che ora ci si pone è la necessità che la ricerca possa sviluppare insieme, facendoli interagire, tutti i sistemi teorici che si sono via via delineati, nessuno escluso, per utilizzarne i contributi validi, ancora attuali e fecondi. Nella costruzione di un quadro comune complessivo attraverso differenti modelli teorici (ciascuno dei quali guarda a differenti aspetti e fenomeni dell’individuo, della relazione e del gruppo) il grave rischio è appunto nel possibile perpetuarsi o accentuarsi di un modo di procedere della scienza basato sul potere, sull’ “occupazione” delle istituzioni pubbliche, sull’imposizione di alcuni modelli a discapito di altri, non per motivi di validità scientifica. Un altro rischio, che sembra aleggiare sulla psicologia clinica è quello di spezzare trasversalmente il senso globale del processo di formazione (che come abbiamo detto è sempre anche ricerca!) in un troncone più teorico appannaggio dell’Università, e in uno limitato alla terapia personale lasciato alle Scuole private; con l’aggiunta magari di un terzo livello (anch’esso scisso) della pratica e dei tirocini, affidato ai Servizi territoriali. L’accelerazione odierna delle ricerche, delle scoperte provenienti da altre discipline, delle conoscenze, non permette più di accettare una simile logica della scalata al potere. Se si punta ad una “politica dell’affermazione” si perdono le possibilità, di ricerca, di sperimentazione, di elaborazione teorica, di crescita professionale. Perseguire entrambi gli obbiettivi non è più compatibile con i tempi rapidi dell’informazione, con l’affinamento e la sofisticazione delle tecniche e delle metodologie, con la necessità di essere presenti laddove si insegnano le basi della psicologia, con l’Europa vicina.

Avere Scuole di formazione a respiro nazionale, per aree teoriche, permetterebbe di integrare al loro interno tutti e tre i poli fondamentali dell’attività (di ricerca e pratica) della psicoterapia (Università, Servizi territoriali, Scuole private). Solo a partire da un processo al contempo così unitario e ramificato, semplice e corretto nella sua applicazione, sarà possibile uscire dalle vecchie logiche che in Italia hanno già afflitto altri campi professionali e scientifici e che affliggono ancora più pesantemente la psicologia. Con un tale progetto formativo si innoverebbero completamente i rapporti tra pubblico e privato e si aprirebbe una nuova pagina di collaborazione costruttiva, di dialogo, di confronto per tutta la psicologia clinica. In questo quadro le Scuole universitarie di specializzazione in psicologia clinica e psicoterapia potrebbero ricoprire un compito specifico (anziché costituire un percorso parallelo e assurdamente competitivo con quello privato). Potrebbero essere proprio loro il laboratorio dove si studiano, a partire dalle aree teoriche esistenti, le possibilità di costruire gradatamente un corpus teorico psicologico comune, integrato più che eclettico, dal momento che nell’Università si ritrovano mentalità, mezzi, disposizioni adatti ad un discorso scientifico generale, complessivo ed equidistante dai differenti approcci teorici.

Sarebbe questo un modello di formazione-ricerca tra pubblico e privato che potrebbe essere non solo una risposta politica soddisfacente alle questioni che rischiano di lacerare la nostra disciplina (e di sciupare enormi potenzialità in sviluppo), ma anche una valida e suggestiva proposta che in maniera originale finalmente si muoverebbe dalla psicologia verso gli statuti di altri rami della scienza.