Luciano Rispoli psicologo: Le Esperienze Fondamentali del Sé.

 in “Insuccessi in psicoterapia”, Franco Angeli, Milano 1996.

Luciano Rispoli, Direttore Scientifico di Zerostress, descrive il caso di Emanuela attraverso un’analisi delle Esperienze Fondamentali del Sè come nucleo centrale della Psicoterapia Funzionale.


  1. IL CASO DI EMANUELA

Emanuela è una bella ragazza di 28 anni, alta, con i capelli lunghi e abbondanti, castano ramati, un sorriso largo su un viso aperto e sveglio, i vestiti curati ed elegantemente alternativi, un bel portamento. E però, già a prima vista, colpiscono quel suo ripetuto gesto di scostarsi i capelli dal volto con la mano, il suo sorridere continuo, un manierismo esagerato; e aprono una finestra sulle sue sofferenze profonde, sulle lesioni della struttura del suo Sé. Emanuela viene in terapia perchè la sua situazione è divenuta insopportabile. Da una parte il suo pessimo rapporto con i genitori sta precipitando sempre di più; dall’altra i suoi sintomi stanno peggiorando vistosamente: molte paure, soprattutto delle malattie, sensi di svenimento, freddo, giramenti di testa, fitte al torace, tachicardie, paura dell’infarto. Iscrittasi a Economia e Commercio per volontà di suo padre, ha poi intrapreso Lettere; ma non riesce a proseguire negli studi, è completamente bloccata. Emanuela non riesce a prendere sonno normalmente nelle prime ore notturne: fa sempre tardissimo e finisce per dormire la mattina. Sente di avere alla fin fine una vita scombinata e sconclusionata, anche per quel che riguarda i suoi rapporti sentimentali. Il sesso le dà un grosso senso di fastidio e di schifo, e il rapporto con il proprio corpo è comunque molto problematico.

LA FAMIGLIA

Il padre, commerciante, è ricco ma molto tirato sul denaro. Facilmente si altera e grida: spesso a sproposito. Recentemente ha avuto una grave malattia e Emanuela ha sperato di poter finalmente recuperare (almeno in parte) questo rapporto difficile. Ma in realtà lui è diventato ancora più brusco e iroso, fino ad arrivare a volte anche ad alzare le mani su di lei. La madre ha sempre giocato il ruolo della vittima, di quella che subisce, per cui Emanuela non ha mai sentito di potersi appoggiare a lei. Piuttosto nella sua infanzia ricorda di aver avuto come sostegno un’anziana governante di famiglia, o la zia che abitava al piano soprastante. Ha una sorella più piccola di 3 anni e mezzo, con la quale condivide un vissuto di oppositività ai genitori, ma dalla quale la dividono modalità e abitudini molto diverse: la sorella ha avuto storie soddisfacenti con molti ragazzi, non ha paura delle malattie, è capace di parlare e mediare con la madre, ama i vestiti più eleganti e tradizionali, è più “sistemata” e normale di lei.

DISTURBI INFANTILI

Emanuela non ricorda molto della sua infanzia, chiusa in una sensazione di vuoto e di confusione.  Ricorda le paure del buio, sino a poco tempo fa; un senso di terrore nei confronti del padre; i mal di testa a 10-11 anni; i dolori alle ginocchia. Giocava con la sorella, ma soprattutto a giochi “di fantasia”, di invenzione di storie e di interpretazione di personaggi. Da piccola piangeva poco e non si arrabbiava mai molto. Oggi invece sente una rabbia fredda e tagliente, che si manifesta però solo attraverso le parole. Raramente riesce a gridare le sue ragioni, ad esprimere con forza e con voce alta il suo dissenso.

DISTURBI ADOLESCENZIALI

La situazione più grave che ha caratterizzato l’adolescenza di Emanuela è stata lo sviluppo della sua sessualità. Fino a 17 anni è andata a scuola dalle suore, educata in modo molto rigido e puritano. Il primo rapporto è arrivato solo quando era oramai grande, e non senza difficoltà e vissuti tragici. Emanuela ha comunque sempre avvertito nei confronti del rapporto sessuale (e dell’organo maschile) un senso di rigetto e di disgusto, una non partecipazione, quasi sempre sensazioni di dolore, una grande agitazione. Soltanto raramente (non più di 2-3 volte) è andata abbastanza bene; sempre però con uomini dall’aspetto e dai modi femminili, dolci e passivi, assolutamente non aggressivi.

DIAGNOSI FUNZIONALE

  1. a) Il piano cognitivo-simbolico

Emanuela ha un’intelligenza profonda e acuta, ma gran parte della sua razionalità è utilizzata per controllare tutto ciò che le succede. Il controllo si esplica con una verbosità che tende a descrivere minuziosamente tutto, senza interrompersi quasi mai. La razionalità, esageratamente invadente, è intersecata (anche se solo in parte) da un insieme di fantasie negative su di sé, che in gran parte prendono la forma di una violenta ipocondria. E tutto questo a discapito della capacità di immaginare il suo futuro (prossimo o remoto), di fare progetti, di costruire passo passo la sua vita. In altri termini Emanuela è convinta che le cose della sua vita siano proprio così, siano un disastro completo, e la sua capacità logica e la sua capacità di contatto con la realtà sono quasi completamente atrofizzate e schiacciate sia dal “controllo” che dalle fantasie.

  1. b) Il piano emozionale

Pur essendo presenti un notevole grado di allegria e di umorismo da una parte, e una tenerezza fortemente bisognosa di essere accolta dall’altra, nel campo emotivo di Emanuela finiscono per prevalere di gran lunga i sentimenti negativi, e per di più con una modalità stereotipata e ripetitiva. Il disgusto, la paura, la vergogna, la falsa disinvoltura costituiscono i suoi atteggiamenti prevalenti (nonostante i sorrisi) e finiscono per battere sempre sugli stessi temi, sulle stesse angosce, con le stesse modalità di espressione. Sono appunto queste stereotipie a creare la sua maschera sociale, gran parte di quello che può essere definito il suo “falso Sé”.

  1. c) Il piano posturale-muscolare

Per contro la mobilità di Emanuela risulta piuttosto limitata.  Le posture sono contratte e tutta la sua persona appare assolutamente controllata e trattenuta. Emanuela non è per nulla in grado di lasciare, di abbandonarsi, di starsene calma e tranquilla, di diminuire il suo livello di vigilanza e di attenzione. Non è in grado di farlo neppure per un momento. Solo alcuni movimenti sembrano potenzialmente abbastanza liberi: ma difficilmente Emanuela li usa in tutta la loro gamma. Se volesse, cioè, potrebbe forse usare la forza, muoversi in modo più veloce, aprirsi completamente; potrebbe portare sino in fondo ciò che esprime attraverso il suo corpo. E invece spesso si trattiene, rannicchia le gambe, usa solo movimenti sottili, languidi, limitati: la forza finisce per non trasparire per niente.

  1. d) Il piano fisiologico

La voce di Emanuela, seppure di una tonalità gradevole, è anch’essa molto trattenuta e per certi aspetti monocorde. Il tono muscolare di base (che dovrebbe modificarsi a seconda della forza necessaria ad interagire con le differenti situazioni ambientali) è spesso bloccato ad un livello inadeguato di ipotono o ipertono. Si notano forti tensioni nelle gambe, nel bacino, al diaframma (dolori allo stomaco), nelle spalle e nel collo (mal di testa). E’ presente una condizione eccessiva e cronica di simpaticotonia, di eccessivo allarme, con mani sudate e tachicardia. Il colon ne risente con spasmi frequenti. Le sensazioni fisiche enterocettive ed eterocettive sono per contro carenti, rarefatte, e comunque percepite quasi sempre come strane e paurose, anche perchè da tempo notevolmente sconnesse con la parte cognitivo-razionale del Sé. Sono queste sensazioni che, tra l’altro, alimentano in modo continuativo la paura per le malattie: l’organismo di Emanuela non riesce a percepire quale sia il suo stato profondo di salute, la sua condizione di vitalità, e meno che mai quella di benessere; non riesce quindi a trasmetterle che non vi è in atto alcuna malattia seria. Al contrario, sono le fantasie ad avere il sopravvento e a colorire in modo sinistro le poche sensazioni fisiche avvertite. Ed allora Emanuela cerca inconsciamente di soffocare sempre di più queste sensazioni fisiche, rendendole ancor meno presenti ma, in un ciclo a spirale, ancora più paurose. Tutto ciò che abbiamo qui, seppur sinteticamente, descritto può anche essere tradotto in una rappresentazione grafica; una rappresentazione  pratica ed efficace che metta in evidenza in modo complessivo ciò che definiamo la configurazione funzionale del Sé di Emanuela: vale a dire l’insieme di tutti i suoi processi psicocorporei, lo stato del suo Sé, all’atto della sua venuta in terapia. Lo schema è riportato nella figura seguente. La grandezza dei cerchi rappresenta la maggiore o minore espansione delle funzioni; il loro spessore la sclerotizzazione, la stereotipia della funzione; la distanza, infine, la maggiore o minore separatezza dalle altre parti del Sé.

  1. IL MODELLO TEORICO

Come si può capire già dalla descrizione diagnostica del caso, il modello teorico a cui si fa riferimento è quello generale della psicoterapia corporea, così come si è andato sviluppando dagli anni ’20 con le prime elaborazioni di Wilhelm Reich, e con i successivi contributi sperimentali e teorici che si sono via via accumulati nelle varie scuole e tradizioni dei differenti paesi sia dell’Europa che dell’America: da Lowen a Keleman a Levine, da Raknes a Boyesen, da Boadella a Petzold a Downing, e infine, ma non ultima per importanza, il filone di ricerche cliniche che ha preso le mosse dal Centro Studi Reich di Napoli e che si è evoluto nella psicologia funzionale del Sé (alla quale chi scrive sta personalmente lavorando da oltre vent’anni). Il modello teorico si è andato dunque complessificando e sviluppando sino ad assumere la pienezza e l’ampiezza di una delle più interessanti aree teorico-cliniche oggi esistenti; con un suo proprio movimento e con società e congressi sia nazionali che internazionali. In particolare qui viene utilizzato proprio il più recente livello di sviluppo della psicoterapia corporea: l’approccio funzionale, così come si è andato strutturando nella scuola di Napoli.

  1. IL PROGETTO TERAPEUTICO

Per il proseguimento del nostro discorso è di importanza centrale il concetto di “fasi della terapia”; l’idea cioè che il processo terapeutico si svolga secondo un iter evolutivo, attraversando differenti condizioni e configurazioni nella relazione paziente-terapeuta durante lo svolgimento del trattamento: appunto differenti fasi. Anche se, naturalmente, non si può mai delimitare nettamente una fase dall’altra perchè ci sono inevitabili continui ritorni indietro a fasi precedenti, possiamo però dire che momenti successivi della terapia si caratterizzano in linea di massima per avere modalità diverse nello sviluppo della relazione transferale, nelle capacità percettive del paziente, nel tipo di relazione affettiva tra i due, nelle espressioni emozionali esternate da entrambi, nell’andamento dei sintomi, negli approfondimenti regressivi. Il concetto di evolutività della terapia, di andamento per fasi, ci permette di guardare con una diversa angolazione anche a quello che si può definire il “progetto terapeutico” (l’insieme di modalità e di obiettivi terapeutici messi in atto dalla terapia); è possibile cioè pensare a formulare un progetto terapeutico in base a una sequenzialità temporale. Ad un’attenta osservazione dell’esperienza clinica, infatti, si può rilevare come ci siano obiettivi e modalità di intervento che non possono essere affrontati all’inizio del lavoro terapeutico, mentre è altrettanto chiaro che altre determinate “parti del Sé” hanno bisogno di essere subito prese in considerazione. Proviamo a formulare qui un progetto terapeutico di massima ma calibrato, in modo il più preciso possibile, proprio sulla situazione di Emanuela.

I FASE.  In una prima fase sembra assolutamente necessario dare spazio e raccogliere con grande delicatezza le “lamentazioni” e le preoccupazioni di Emanuela, specie quelle a proposito dei contrasti con la famiglia; al contempo vanno comprese ma “contenute” le sue angosce e le paure ossessive delle malattie. Ma è anche vero che non si può lasciare debordare completamente la sua verbosità affinché non dilaghi esageratamente il “pensiero negativo”, come accade appunto nella sua vita di ogni giorno. E’ difficile inoltre credere che si possa intervenire subito sulle forti tensioni muscolari della paziente, sul suo corpo, sul respiro, sulla simpaticotonia cronica; anche perchè Emanuela ha molti problemi nel sentirsi toccata e massaggiata. Ciononostante è indispensabile che almeno un minimo di intervento su questo livello, così importante e centrale per Emanuela, abbia inizio abbastanza presto.

II FASE.  Giunti a questo punto, non si può procrastinare oltre il compito di entrare in uno dei punti nodali di Emanuela: la sua incapacità quasi cronica a lasciare, a fermarsi, a stare. Emanuela non riesce neppure a stendersi sul lettino, ma il più delle volte resta seduta o al massimo sdraiata su di un fianco e con le gambe rannicchiate.E’ in questa fase inoltre che va affrontata (ma certo non smontata completamente) la sua falsa disinvoltura.

III FASE.  Prima di arrivare a un momento (peraltro estremamente importante) di “regressione profonda” (cioè di nutrimento molto arcaico, di supporto ai nuclei più interni del Sé), è necessario “aprire” preventivamente le posture di Emanuela per evitare che continui a chiudersi su se stessa. In tal senso risulta molto utile iniziare a farne emergere la forza, anche senza affrontare a fondo il problema della rabbia e dell’aggressività. Nel contempo è importante agire più direttamente sulle sintomatologie di Emanuela per alleviarle (dolori al colon, mal di testa, ecc.) e ricostituire per una prima parte le connessioni tra le sensazioni corporee e la capacità di interpretare correttamente il senso di quanto arriva a percepire fisicamente. La fiducia che un paziente riesce a recuperare per il miglioramento dei suoi sintomi permette sia di cominciare a smontare la paura delle malattie e la paura in genere, sia di aiutare a costituire un solido nucleo di base di transfert positivo.

IV FASE.  Se si lavora più direttamente ad allentare il controllo, a far lasciare la vigilanza, specie attraverso la modificazione della respirazione e del tono muscolare, allora è possibile intensificare l’emergere di sensazioni molto arcaiche, di vissuti sepolti, di esiti stratificati di relazioni passate. La regressione a nuclei profondi del Sé permette di iniziare il lavoro più importante del processo terapeutico: quello della ricostruzione delle esperienze fondamentali del Sé. E’ in questa fase che si può accedere, ad esempio, alla tenerezza più genuina di Emanuela, alla sua allegria più infantile ed intatta. Il disgusto può cedere ai sentimenti più morbidi e antichi, al potersi lasciare andare alle esperienze di poter essere presi, protetti, aiutati, tenuti. Le sensazioni si riconciliano con lo stato di benessere, il fisiologico riprende la sua funzionalità e la sua congruenza con il mondo delle emozioni. Le posture si aprono e si ricollegano con il “poter stare”.

V FASE.  A questo punto è possibile lavorare a fondo e senza indugi sulla rabbia chiusa e compressa per trasformarla in forza e aggressività aperte, con la voce, con i movimenti, con il simbolico, con le immaginazioni. Le fantasie negative, le paure residue, vanno affrontate fino allo scioglimento, all’apertura più completa possibile. Qui può riprendere in pieno la “progettualità” di emanuela attraverso il ruolo dell’immaginare (non più però slegato dal sentire): un immaginare concreto e operativo, un mettere a punto progetti e arrivare anche a poterli realizzare. La tenerezza e l’allegria possono prendere lo spazio dovuto, in modo diretto e aperto, non costruito o falsato. E’ possibile rendere più ampia e completa, congruente con il resto del Sé, l’espressione dei vari stati d’animo, dei sentimenti, delle relazioni con gli altri.

  1. LE ESPERIENZE BASILARI DEL SE’

Un altro concetto che risulta centrale per inquadrare il problema che stiamo trattando, e che permette di capire meglio cosa è accaduto a Emanuela durante la sua terapia, è collegato alle esperienze di base che il bambino piccolo attraversa nei suoi primi anni di vita. Già Stern aveva affrontato il tema delle prime esperienze di vita rivelando che il bambino impara a “leggere” e collegare in modo molto stretto tutti gli elementi che si ripetono e che perciò caratterizzano un determinato evento in modo sistematico: la fame e l’allattamento, il ritorno della madre, l’essere preso in braccio, e così via. Stern ritiene che questi elementi vengano racchiusi in un insieme unitario, in cosiddetti involucri d’esperienza. In altri scritti ho trattato il medesimo tema, aggiungendo alla concettualizzazione precedente la considerazione che questi insiemi di elementi, connessi in un’esperienza caratteristica, sono in fondo costituiti dalle varie funzioni del Sé raccolte intorno ad un evento, che ha un andamento più o meno costante. Sono i vari piani funzionali della persona che, profondamente interconnessi e congruenti tra loro, contribuiscono a formare le esperienze fondamentali del Sé, cioè quelle esperienze che costituiscono le basi per lo sviluppo sano del bambino, che sono i mattoni costitutivi della vita. Ad esempio nell’esperienza basilare dello “stare”, di rimanere tranquillamente abbandonato senza null’altro da fare, il bambino sperimenta il poter allentare la tensione e la vigilanza, di poter sospendere le richieste. Steso nella culla si abbandona affidando il suo peso, poggiandosi completamente e rilasciando il tono di tutti i suoi muscoli. I movimenti diventano, allora, tranquilli, morbidi e senza un senso preciso; gli occhi vagano all’infinito; il respiro diviene calmo e diaframmatico; la voce si riduce a dolci mugolii; anche i pensieri sono calmi e lenti, così come le percezioni; la vagotonia prende il sopravvento; i desideri si allentano come un liquido che non ha forme precise. Possiamo notare come in questa esperienza (come del resto anche nelle altre esperienze basilari del Sé) tutti i piani funzionali (pensieri, posture, voce, emozioni, desideri, ecc.) siano originariamente congruenti tra di loro, rendendola piena e completa. Dunque laddove non siano intervenute alterazioni dovute all’impatto ripetutamente negativo dell’ambiente, l’esito sarà un senso di benessere e di piacere, una pausa gradevole tra un attivarsi e l’altro; e il bambino conserverà anche da adulto questa capacità di fermarsi, di lasciare, di starsene un po’ in compagnia di se stesso. E’ stata presa non a caso come esempio proprio questa esperienza, perchè è una di quelle che risulta più turbata in Emanuela; ed è, significativamente, solo nel trattamento terapeutico che vi può dimorare la possibilità di ricostruirne il tessuto lacerato e l’esito alterato. Anzi possiamo sostenere, in linea con i più recenti pareri di più di un modello terapeutico, che il nucleo centrale della terapia consiste appunto nella paziente e profonda ricostruzione delle esperienze basilari del Sé alterate, carenti e sconnesse, i cui esiti non hanno permesso di salvaguardare la continuità e l’integrazione complessive della persona, ma hanno deviato dal loro compito di conservare intatta la capacità di mantenere salute e benessere. Di queste esperienze di base della vita se ne possono enumerare diverse, come ben si può intuire; e tutte hanno un’importanza fondamentale per lo sviluppo pieno, armonioso e integrato della persona.

  1. LA TERAPIA

Emanuela ha un primo leggero immediato miglioramento, anche se le è estremamente difficile, come abbiamo già visto, il “lasciare”: la vigilanza è fortissima. Già dopo la seconda seduta si sente un po’ più rilassata; riesce a staccarsi almeno un minimo dai suoi pensieri e dal suo controllo continuo. Ma subito dopo ricominciano le preoccupazioni: quel suo arrovellarsi e quell’incoercibile parlare. Tra l’altro, in questo periodo muore la vecchia governante, la “tata”, che l’ha cresciuta: “Tutte le cose che ricordo sono morte!” – dice sconsolata Emanuela. Non a caso viene fuori intensamente tutto il suo oppositivo disgusto per la madre e tutta la sua difficoltà a sentirsi normalmente donna. Nei suoi rapporti problematici con le persone si sente “stravagante”, le cose normali non le piacciono, ama farsi vedere con “abbigliamenti” fuori dell’ordinario di vario tipo. Aumenta anche il suo rancore verso il padre, e verso il suo ragazzo del momento (il rapporto sessuale è comunque doloroso e senza alcuna sensazione!). Ha difficoltà anche con Maurizio, un ragazzo che le piace e che, essendo stato mio paziente, aveva indirizzato Emanuela alla terapia da me. I sintomi abituali si riaffacciano: tachicardia, mal di stomaco, febbre, nausea, crisi di angoscia. Siamo alla decima seduta. (10) (*) Due cose nuove vengono però alla luce: la prima è che cerca di non nascondere più all’esterno quando si sente ferita, di non far finta che tutto va bene ma di provare a chiarire agli altri il suo vissuto sino in fondo. La seconda è che emerge una tristezza un po’ nuova, dovuta al fatto che si sente sì leggermente più “sicura” ma solo in terapia. Nello stesso tempo fa diversi sogni sul fare figli e sullo stare “bene”.

Proseguendo nel lavoro terapeutico, ricompaiono ben presto reazioni positive ed effetti benefici, in particolare dopo una intensa seduta di aiuto alla respirazione, di massaggio alle gambe, di lavoro sul collo e sulle spalle; una seduta trascorsa quasi interamente senza parlare! (13) Alla seduta successiva Emanuela avverte addirittura un leggero e piacevole senso di intontimento e di intorpidimento, e si sente molto meno vigile del solito. Inizia una nuova storia affettiva con un altro uomo: ancora una volta un uomo molto dolce e poco aggressivo. Persino il rapporto sessuale va molto meglio. Migliorano i malesseri (stomaco, giramenti di testa, tachicardie). Lavoriamo un po’ sulla forza, sul muoversi, su piccole esplosioni, per diminuire ancora di più il controllo e permetterle di passare alla IV fase. Siamo infatti già nella III fase anche se le altre non possono certo dirsi terminate completamente. Un primo transfert negativo è già comparso ed è stato anche risolto (almeno in parte); una discreta fiducia si è stabilita, specie con il miglioramento della sua sintomatologia. Emanuela sente che riesce a svolgere le sue attività con maggiore tranquillità (24); anche se si rende poi ben conto che “mollare veramente” le dà fastidio, e che le risulta abbastanza difficile recuperare un po’ di forza calma, diretta ed aperta (quando lavora sull’espressione della forza si percepisce debole e agitata, prova un “pugno” nello stomaco e il respiro che le risale). Dopo l’estate Emanuela si sente finalmente un po’ più aggressiva; riesce persino a litigare con uno che la importuna per strada!

(*)I numeri tra parentesi indicheranno d’ora in poi il numero progressivo della seduta.

Dopo aver sofferto per 4-5 giorni di febbre e mal di stomaco, alla fine di una seduta molto intensa, avverte le mani completamente asciutte (segno inequivocabile di una riacquistata vagotonia), un piacevole ronzio nelle gambe e un inusitato senso di benessere. Anche i residui di febbre scompaiono. (25) Comincia un periodo, caratteristico in ogni terapia, di alternanza continua tra miglioramenti e ripeggioramenti. Una serie di sogni rispecchiano molto bene questo andamento: essere un guardiacaccia e una ragazza esile al contempo; prendere in braccio una bambina, in uno, ed essere arrabbiata verso la madre, in un altro; castelli colorati di sabbia e temporali; vestiti da sposa e una situazione in cui non le piace nessun vestito. Emergono, nei ricordi e vissuti del passato, tutte le critiche feroci che il padre le faceva continuamente, anche a volte per una semplice stupidaggine: “Mio padre mi annientava”. (30) Litiga con la sorella, con la quale il rapporto è stato spesso teso e difficile; riesce a farlo persino aprendo e alzando la sua voce, senza risentirne poi fisicamente come le succedeva normalmente. In qualche sogno si riaffaccia il rapporto con “il bambino”, quello che è dentro di lei, la sua tenerezza (anche se non ancora piena e completa). Appare sempre più chiaro che Emanuela da piccola ha dovuto ricorrere a una socializzazione faticosamente costruita e forzata piuttosto che a un contatto profondo assorbito dalle figure adulte e a un senso naturale di poter “stare vicini”, in modo calmo e sereno. E’ proprio il contatto, in specie quello fisico, che sembra esserle venuto a mancare : quel contatto che non ha altro scopo che il contatto stesso, la gioia di una vicinanza rassicurante pelle-pelle. Emergono ancora altri vecchi episodi di antiche paure: paura degli estranei, paura di essere investita, paura di avventurarsi nel giardino di casa sua. Emanuela era anche, socialmente, una bambina timidissima. (37) E poi ancora sogni: sia sul suo essere donna con gusti che cominciano ad essere differenti da quelli stereotipati di prima (non più uomini “femminili”, ma addirittura uno dei prototipi della mascolinità, Alain Delon, e per ben 2 volte); sia sul desiderio nostalgico di una madre che l’avesse potuta guidare nella difficile fase dell’adolescenza; sia ancora sulla tenerezza (i gattini); sia infine sulla profonda paura di mollare che ancora l’attanaglia (nel sogno deve fare l’anestesia per una operazione ma ha paura di non risvegliarsi più). E’ qui che si riscontrano in lei tentativi di passare pienamente alla IV fase, quella regressiva profonda. Ma Emanuela trova due ostacoli ancora molto forti sul suo percorso. Innanzitutto la quasi completa impossibilità a fare uscire un qualsivoglia suono dalla sua bocca, perché ciò le provoca una vergogna enorme: il suono della voce le sembra sempre colorato da una certa imbarazzante connotazione sessuale. E in secondo luogo un altrettanto grave disagio ad abbandonarsi nelle mie braccia, a sentirsi piccolina, a percepirsi “bambina”, senza altre implicazioni, in modo sereno e tranquillo, ad assorbire protezione e calore senza dover restituire nulla, senza doversi preoccupare dell’altro, senza sentirsi di peso, in colpa, di troppo.

L’immagine che Emanuela ha di sé è di essere in uno “scafandro”, un involucro protettivo che l’ha sempre isolata dal mondo e da cui sembra molto difficile uscire. Vengono alla luce ancora più precisamente le sue difficoltà di quando era bambina. Immaginava l’esistenza di un “pupazzo-orco”, che faceva paura, ma nel quale lei poi entrava, si rifugiava, come se fosse casa sua. E un’altra fantasia angosciosa era quella di una macchina rossa che la inseguiva e la investiva.

Emanuela entrava difficilmente in contatto con gli altri bambini, non si confidava con le amichette, e non si rivolgeva neppure ai genitori per raccontare e spiegare le sue sensazioni e i suoi sentimenti, perché pensava che non sarebbe servito a niente. Erano poche le occasioni in cui riusciva ad attirare l’attenzione e a farsi sentire dai suoi: solo quando si faceva prendere da “attacchi isterici”, o quando faceva delle “tragedie” nel momento in cui si doveva staccare dalla madre, sentendosi completamente abbandonata e con la sensazione che “non si curavano per niente di lei”. Nonostante tutto questo dolore presente nella sua infanzia, fa un sogno regressivo che coinvolge in modo positivo tutta la famiglia. Ma i movimenti di cambiamento che riesce a fare nella sua vita riguardano alla fin fine quasi esclusivamente il suo essere adulta: riprende la passione per il disegno cominciando a pensare seriamente che possa rappresentare uno sbocco lavorativo; e decide di sposarsi. (45) A questo punto del processo terapeutico fa la sua comparsa un secondo periodo di transfert negativo, anche più profondo e più intenso del primo. Mi sogna direttamente; si arrabbia con me, anche se non riesce a dirlo ancora del tutto apertamente; ha paura che io non le dia attenzione, interesse, affetto.  Un lungo lavoro sul contatto, la relazione, la rassicurazione, riesce a sciogliere questo secondo transfert negativo. Sogna di un paese molto bello, con stradine e buganvillee, dove andrà a vivere: il “posto” dove arriverà con la terapia. (52) Riprende contatto con l’amico che le aveva consigliato me per la sua terapia, quel ragazzo che le piaceva molto e che però si era bruscamente allontanato da lei: è per Emanuela la possibilità di una “rivincita”, perché Maurizio sembra essere molto interessato a lei. Sogna le stesse statue che le incutevano terrore in un incubo ricorrente di quand’era piccola, ma ora sono sparse per un giardino e lei si accorge che queste statue in realtà servono solo per una favola, per “Biancaneve e i 7 nani”. (54)

La sua rabbia, però, invece di diminuire cresce. E in un certo senso questo aumento è ancora prevedibile in una vicenda terapeutica: la rabbia cresce perché il paziente può arrivare a realizzare sempre più chiaramente di non aver ricevuto da piccolo ciò di cui aveva estremo bisogno. Solo che questa rabbia in genere viene ampiamente controbilanciata dalla possibilità che si schiude in terapia di poter “ricostruire”, con un esito differente dal proprio passato, le esperienze basilari del Sé relative all’essere presi, all’essere tenuti, al poter stare, all’essere protetti: nell’assorbire tutto ciò districandolo dalle sensazioni negative che si erano insinuate nella sua infanzia. Ma Emanuela, durante un altro dei rari momenti in cui si permette di abbandonarsi in braccio al terapeuta, resta ancora una volta contratta e imbarazzata, senza riuscire a modificare quell’esperienza. (55) Eppure continuano a migliorare il mal di testa, i crampi allo stomaco, e soprattutto le sue paure delle malattie, che ora sono ridotte a livelli quasi del tutto normali. Si sposa a settembre dopo l’estate. (63) Emanuela sogna molto: la sua attività onirica è ora forse troppo abbondante; e anche questo in fondo le rende più difficile il passaggio ad una fase regressiva profonda e completa, nonostante lei la sogni chiaramente, esprimendo questo bisogno profondo di andare indietro nel tempo. In uno dei suoi sogni addirittura è lei stessa a dire: <<prendiamo la pastina, la pastina che si chiama “regressione”>>. Le sensazioni migliorano, le emozioni anche: si apre quel suo mondo ovattato.

Il contatto in terapia sembra dare risultati anche senza la partecipazione del cognitivo, e le carezze scambiate con il marito aprono inusitatamente la sessualità anche senza che lei ci metta la sua volontà. Ascoltare un pezzo della Tosca le ha fatto venire i brividi. (69) In un sogno successivo costruisce una figura umana con dei pezzi colorati di plastica; solo la testa la sbagliava! (82) Quotidianamente non ha più paura delle malattie: le capita solo in momenti eccezionali, esattamente all’opposto di prima. Emanuela sente di poter, adesso, essere più ferma e decisa con gli uomini, di poter ottenere quanto desidera; anche se nel rapporto con Maurizio, che vive emotivamente in modo intenso, questo è un po’ più difficile. Ma nonostante Maurizio sia molto restìo a “farsi prendere”, a impegnarsi, a “stringere”, Emanuela mostrerà tutta la sua nuova capacità e aprirà una relazione con lui estremamente piacevole, sotto tutti i punti di vista, anche e soprattutto quello di una rinata sessualità. Eppure, come campanello d’allarme, continuano numerosi i sogni che alternano visioni di posti molto belli a paure, vicende intricate, situazioni oppressive, con gruppi di amici, gruppi familiari, vari tipi di animali, case dell’infanzia, viaggi. E’ a questo punto che Emanuela si scoraggia: il tempo passa, le cose non si risolvono in modo definitivo e Emanuela si sente piuttosto immobile. Ritornano paure e disturbi. D’altra parte siamo arrivati a un numero di sedute intorno al quale le altre terapie volgono verso la fase finale. Qui invece arriva un sogno che mette a fuoco il nodo dell’impasse (102): <<Indietro nel tempo. C’è una guerra (lei è però molto tranquilla). I “buoni” hanno un piano e tutto l’esercito schierato: una bomba speciale permetterà di vincere. C’è una chiave per innescarla, e questa chiave la deve trovare proprio Emanuela. Il tempo stringe, arrivano i nemici. Emanuela non trova la chiave ma potrebbe farne uno stampo con la cera per poi costruirne un’altra uguale. La portano in elicottero dove c’è anche il suo terapeuta con una tuta militare. Cerca di sapere bene cos’è questa chiave ma il terapeuta non fornisce molti dettagli. Dall’alto egli le fa vedere il golfo di Napoli e le forze amiche schierate, che avrebbero vinto non appena la bomba fosse partita. Nuvole grigie. Lei si sente triste: “chissà quando ritornerò”. Il terapeuta la porta nella casa accanto a quella dove c’è la chiave; è la casa della zia Maria (che Emanuela ha conosciuto prima che nascesse la sorella, e cioè prima dei 3 anni e mezzo. Zia Maria le voleva molto bene!). La chiave dovrebbe stare in una credenza in mezzo a delle tazzine antiche. Lei fa la prova per controllare i tempi delle operazioni che dovrà svolgere poi nella casa dove c’è veramente la chiave, e nel frattempo arrivano delle vecchiettine che abitano in un’altra casa vicina. Emanuela cerca di non far capire quello che sta facendo.>>

Dunque Emanuela è molto vicina ad una soluzione più profonda e “definitiva”, con l’aiuto del terapeuta che la conduce attraverso un periodo di vita antico e centrale per lei, dopo averle fatto avere una visione complessiva dall’alto. Ma qualcosa non le permette di compiere quest’ultimo passo del cammino terapeutico. Continuano a manifestarsi cambiamenti in Emanuela, che ancora di più fanno illudere su di un esito positivo della terapia.  La sessualità funziona molto meglio e le piacciono persino gli uomini più “maschi”. Ci sono anche dei sogni innovativi sulla sessualità, ma d’altro canto in essi compare ancora una volta una madre che dà poco contatto, e che le richiama alla mente tutte le volte che è stata presa dall’angoscia di essere stata dimenticata in qualche posto: che la madre se ne andasse lasciandola lì o non venisse a prenderla.

Ritorna la presenza di Maurizio e si risveglia il suo desiderio per lui. Ma questa volta (come avevamo già anticipato) Emanuela riesce a concretizzare il rapporto: un rapporto tenero e molto eccitante allo stesso tempo. E’ questa l’ultima fase di ulteriori miglioramenti. Emanuela fa un bilancio positivo della sua vita, si sente bene, usa la sua creatività nel produrre oggetti e disegni che potrebbero aprire possibilità di guadagnare e trovare così una piena indipendenza. Aver trovato una sessualità piena e intensa è estremamente gratificante. Ma sul piano più profondo le esperienze più arcaiche e basilari del Sé non si sono modificate sufficientemente, non si sono aperte in modo tale da farle compiere gli ultimi importanti passi e da rendere quelli già fatti sufficientemente stabili.

  1. UNA SITUAZIONE NON RISOLTA

I segni che in Emanuela non è avvenuto un cambiamento completo di tutte le funzioni del Sé sono, a ben vedere, chiari e inequivocabili. Inquadrato dal punto di vista teorico dell’approccio funzionale è ancora presente un eccessivo squilibrio tra fantasie e immaginazioni da un lato (troppo sviluppate e al contempo ancora in parte scisse) e le sensazioni fisiche di benessere dall’altro. Il mondo dei sogni, il simbolismo contorto, la difficoltà a lasciarsi andare, sebbene molto ridimensionati e più in armonia con il resto del Sé, segnalavano in modo chiaro che il lavoro profondo di ricostruzione delle esperienze del Sé non era stato portato a termine. Invece il terapeuta si è lasciato prendere dalla suggestione dei miglioramenti, dai passi in aventi fatti, dai disturbi attenuati. La capacità di gestire gli eventi, una struttura dell’Io rafforzata, il poter reggere alle frustrazioni, non sono per il nostro modello segnali sufficienti a stabilire il pieno successo di un trattamento terapeutico. E’ la configurazione funzionale del Sé che invece ci può dare informazioni più complete sullo stato reale del paziente e della relazione terapeutica. E allo stesso tempo è il processo evolutivo della terapia, la sua scansione in fasi, che ci aiuta ulteriormente a capire a che punto si è del percorso progettato. Nonostante il progetto fosse abbastanza evidente dall’inizio, e fossero chiari i punti nodali di Emanuela, qualcosa si è inceppato e non ha permesso di compiere gli ulteriori passi necessari per completare il percorso: qualcosa che riguardava la trasformazione completa delle esperienze basilari del Sé. A tutt’oggi, infatti, nonostante la terapia continui, Emanuela non riesce a prendersi un contatto positivo, calmo e pieno; non ce la fa ad abbandonarsi fino in fondo, così come non  riesce a far emergere la voce per esprimere in modo congruente benessere, piacere, rabbia o tranquillità. E in effetti molte delle iniziative e delle strade intraprese da Emanuela nella sua vita non sono poi arrivate a concretizzarsi positivamente e definitivamente. Il matrimonio rivela sempre più le differenze con il marito e l’impossibilità per Emanuela di sopperire con la sola tenerezza ad una mancanza di innamoramento forte, di sessualità intensa, di sensazioni travolgenti. La relazione con Maurizio, d’altra parte, non riesce a diventare stabile, piena, ufficialmente significativa. Maurizio fugge di nuovo e Emanuela non è in grado di fermarlo e riportarlo a sé ancora un’altra volta. Nel campo lavorativo, nonostante siano indubbie le sue capacità creative, Emanuela non riesce a trovare uno sbocco concreto, una fonte di guadagno. E’ a questo punto che sensazioni di fallimento, di angoscia, di abulia, di impotenza, ritornano insieme ai sintomi e la schiacciano in modo opprimente.

  1. LE IPOTESI

Possiamo pensare, con sufficiente probabilità di essere nel vero, che su questa vicenda terapeutica abbia agito anche il fatto che era stato proprio Maurizio, mio ex paziente, ad inviarmi Emanuela; Maurizio che può rappresentare per lei il “desiderio sfuggente”, ma al contempo, su di un altro versante, “l’eterno paziente”. Anche Maurizio infatti aveva avuto una terapia molto lunga, con difficoltà ad arrivare alle fasi finali, con un eccesso di mentalismo, di verbosità, di fantasie ripetitive. Maurizio aveva usato per un lungo periodo la relazione terapeutica più come un appoggio, un aiuto da parte dell’amico più grande, una persona a cui raccontare minuziosamente gli episodi quotidiani, che come un intervento ricostruttivo profondo delle sue antiche esperienze. E’ probabile che tutto questo abbia giocato in favore di una sottile identificazione, divenuta più forte una volta reso concreto il rapporto tra i due. Emanuela e Maurizio solevano spesso considerarsi, durante i loro incontri, come due persone un po’ fuori della normalità, “perdute” per certi aspetti, cronicamente patologiche; e tutto sommato si crogiolavano in questa immagine. In secondo luogo appare abbastanza evidente che, oltre a variabili collegate alla modalità di inizio, abbiano giocato variabili connesse al particolare momento di vita del soggetto. Non è facile subire la delusione di un matrimonio fallito dopo non molto tempo; e peggio ancora trovare una persona che corrisponde in modo molto intenso ai propri desideri e alle proprie esigenze, e vederla allontanarsi insieme alle speranze più rosee riscoperte e riaccese. E’ vero che a livello più profondo, al di sotto delle apparenze, Emanuela si è mossa in un preciso seppur sofferto percorso: quello di districarsi dal difficilissimo e contorto intreccio familiare e arrivare a una propria reale autonomia, attraverso successivi differenti passi, di cui uno era il matrimonio. Ma questa considerazione di più ampia portata non riesce ad essere percepita pienamente da Emanuela; e comunque non la ripaga delle amarezze e delle delusioni subite. Ma al di là di queste considerazioni, il punto centrale della vicenda terapeutica di Emanuela resta, come si è già rilevato nella descrizione del caso, il non aver superato in pieno la fase regressiva e di ricostruzione di alcune fondamentali esperienze del Sé: lo stare, il contatto, l’abbandonarsi all’altro. Qui le variabili sono da considerarsi collegate a un intreccio pressoché indissolubile tra caratteristiche del paziente, modalità di intervento del terapeuta e teoria di riferimento. E’ infatti in relazione proprio a quest’ultima, che si è potuta inquadrare la difficoltà, nel caso di Emanuela, a terminare una fase dell’iter terapeutico in modo pieno e soddisfacente, per poter poi passare all’ultima fase del progetto e del processo. E’ la teoria di riferimento che ci dice che nonostante i risultati, i miglioramenti, i cambiamenti, Emanuela aveva bisogno di qualcosa d’altro a livello arcaico e profondo. E’ la diagnosi funzionale del Sé che permette di guardare al non raggiungimento di riequilibrio e riarmonizzazione di tutte le funzioni.

Dunque è in base a questo inquadramento teorico che possiamo poi comprendere cosa forse si sarebbe dovuto fare in più per Emanuela, per questa sua grande difficoltà al contatto pieno, sereno e tranquillo, per il bisogno di ricostruzione dell’antica esperienza che riaffiorava in quel sogno della casa della zia Maria, relativa cioè al primissimo periodo di vita, per farle ritrovare finalmente la famosa chiave.

Probabilmente, andando anche al di là della prassi corrente in psicoterapia corporea e ancor più precisamente in psicoterapia funzionale (prassi che già prevede un movimento ben direzionato, un entrare in situazioni specifiche con l’obiettivo di modificarle in modo molto preciso), al di là delle “insistenze” che il terapeuta nel nostro modello già normalmente mette in atto (certo con tutte le dovute connessioni transferali) per andare a toccare proprio queste ferite più profonde, è proprio là che si sarebbe dovuto restare, il più possibile. E’ proprio su questa antica esperienza che ci si sarebbe dovuto soffermare fino a modificarla profondamente, senza farsi distogliere dalle difficoltà di Emanuela, dai suoi imbarazzi, oppure dai lunghi racconti delle vicende quotidiane, dalla pletora di fatti e di particolari, che, anche se narrati in seduta, nulla apportavano realmente alla terapia del profondo e alla trasformazione della paziente, se non un momentaneo sollievo. Appare chiaro, alla luce di tali considerazioni, che il lavoro sul simbolico, sulle fantasie, sul transfert, da soli, non potevano e non possono assolutamente rappresentare la famosa “chiave” del sogno di Emanuela. La chiave in realtà era proprio nel contatto nutritivo e regressivo: ma si trattava di farla girare nella serratura molte più volte di quanto sia stato fatto, con maggiore profondità, e con la chiara consapevolezza di dover andare decisamente a fondo. Si trattava di non farsi assolutamente fermare da risultati e cambiamenti che sono sì desiderabili, ma che non attengono del tutto a quella parte del Sé che era stata maggiormente erosa nell’infanzia di Emanuela e che per questo aveva bisogno di un lavoro riparativo di gran lunga maggiore di quanto usualmente potesse essere pensabile.

Ciò dimostra, ancora una volta (seppure ce ne fosse stato bisogno), che l’atteggiamento centrale del terapeuta non può che essere quello del “ricercatore”, quello di chi è disposto ad andare al di là delle conoscenze acquisite, che si avventura nel non conosciuto con spirito critico ma aperto, senza abbandonare i costrutti teorici ma anzi utilizzandoli per non procedere alla cieca, che non si accontenta ma progredisce nella comprensione dei profondi meccanismi del funzionamento umano.

Ciò dimostra altresì che la teoria è più che una cornice epistemologica nella quale muoversi, che è indispensabile per operare e per poter analizzare e cercare di comprendere quanto accade, nei successi come nei fallimenti. E questo è possibile soltanto se ci si serve della teoria per verificarla di continuo, se la teoria è intimamente connessa con la prassi clinica; insomma se ci si appoggia su di essa per affacciarsi sull’ampio respiro del mondo, per poi ricostruirla e svilupparla continuamente e umilmente, ogni giorno di più.

EMANUELA