Psicologia Funzionale: La Nascita de Sé articolo

La Nascita del Sé a cura di:

di Luciano Rispoli – Fondatore della Scuola Europea di Psicoterapia Funzionale

 Giuseppina Piscopo – Psicologa, Psicoterapeuta Funzionale

Se guardiamo alle differenti definizioni ed accezioni che nel tempo sono state date del Sé, sia che si parli di vissuto, di identità, di coscienza o di stili comportamentali, possiamo notare che tutte sono state ascritte a due ordini di interpretazioni: un’interpretazione di tipo esperienziale, legata cioè all’idea di un Sé inteso come esperienza di se stessi o rappresentazione di sé, come il modo in cui ci percepiamo, il vissuto, il modo di cogliere introspettivamente la nostra psiche; e un’interpretazione di tipo strutturale, legata cioè all’idea di un Sé inteso come realtà ontologica interna ed immutabile, come una struttura innata potenzialmente, capace di autorealizzazione. Mentre nel primo caso si tendeva a dimostrare che l’idea di unità e di continuità che il soggetto vive è del tutto illusoria, nel secondo caso ci si limitava ad una semplicistica fiducia in una realtà trascendentale.

La concezione Funzionale del Sé ha costituito un vero e proprio salto epistemologico nel panorama della psicologia, che ci ha consentito di andare oltre i limiti di entrambe le posizioni attraverso l’introduzione del concetto di Funzione psico-corporea e di andamento delle Funzioni nei suoi vari piani.

In quest’ottica il Sé potremmo definirlo allora come “l’organizzazione di tutte le Funzioni dell’organismo umano, su tutti i suoi piani e su tutti i suoi livelli possibili di funzionamento: i ricordi, il simbolico, le fantasie, le immagini, la progettualità, il tempo, la razionalità ma anche le emozioni; ed anche i movimenti, le posture, la forma del corpo; nonché le sensazioni, la tensione muscolare, il sistema respiratorio; e ancora il sistema neurologico, il sistema neurovegetativo, il sistema immunitario”. (Rispoli, 2004).

L’elemento dell’organizzazione ci consente di spiegare il senso di continuità del proprio Sé che ogni essere umano esperisce nonostante la pluralità e la diversità delle esperienze, senza cadere nel rischio di attribuirlo a strutture precostituite che inevitabilmente riconducono ad un’idea di conflitto fra parti.

Ma quando possiamo parlare realmente dell’esistenza di una tale prima completa organizzazione di tutti i processi Funzionali? In altri termini, quando possiamo collocare la nascita del Sé?

Sebbene le informazioni che ci arrivano dalle ricerche sulla vita intrauterina ci dicono che molteplici Funzioni sono già presenti nei vari stadi di sviluppo del feto, un’organizzazione Funzionale vera e propria è sicuramente presente dopo la nascita. Nella vita intrauterina, infatti, tale organizzazione non è necessaria in tutti i suoi aspetti perché al feto non è richiesto di agire continuativamente in modo attivo, in quanto non è da questo che dipende la sua sopravvivenza; il feto si limita ad assorbire ciò che gli arriva dai vari canali, ed anche i suoi movimenti attivi non hanno lo scopo di provocare risposte precise da parte della madre, anche se oggi sappiamo che ci sono già movimenti direzionati e intenzionali. Dopo la nascita, invece, la sopravvivenza del neonato è fortemente legata alla sua capacità di richiamare l’attenzione, di farsi comprendere nei suoi bisogni muovendosi nel modo giusto e scegliendo le sequenze di comportamento più adatte.

“Il neonato è capace di fare una quantità di cose straordinarie” (Jervis, 1987), egli organizza la propria relazione con l’ambiente attraverso l’utilizzazione di tutte le Funzioni del Sé costruendo un modello del mondo attraverso il quale poter intervenire. Egli impara a riconoscere gli elementi delle varie esperienze che si mantengono costanti nel tempo, quelli che Stern (1985) definisce “involucri di esperienza” che possono riguardare l’allattamento, le modalità caratteristiche con cui la madre lo cambia o gli fa il bagnetto, le variazioni di atteggiamenti che preludono a una variazione d’umore o a una tempesta di rabbia.

Questi primi ‘insiemi’ costituiscono parti di varie esperienze collegate in un tutt’uno amalgamato, e divengono successivamente “involucri narrativi”, cioè vicende che hanno un senso di sviluppo e di continuità, delle quali il bambino arriva a percepirsi come elemento invariante, come il protagonista che le può comunicare e raccontare. Questo costituisce un momento molto importante dello sviluppo del funzionamento della mente umana poiché lo possiamo far coincidere con la nascita dell’autocoscienza, della coscienza della continuità, laddove prima c’era solo l’organizzazione ad avere continuità. Infatti, mentre anche gli animali sono capaci di costruire schemi ed immagini della realtà in un’organizzazione che gli consente di muoversi, questa loro coscienza che potremmo definire ‘semplice’ non è autocoscienza nel senso di una coscienza dell’organizzazione della conoscenza, nel senso di ‘sapere di sapere’.

Questa coscienza di avere rappresentazioni di sé, e che potremmo far coincidere con il senso di sé, si sviluppa come una complessificazione della coscienza, non irrompe improvvisamente in un bambino fino ad allora incapace di sentire, una ‘tabula rasa’ privo di rappresentazioni interne. In ogni caso si tratta di una fase di vita precoce, molto più di quanto si è pensato fino a poco tempo fa nei modelli psicologici tradizionali.

Altro interessante punto di domanda è come si arrivi alla costruzione di queste invarianti e al loro successivo apprendimento fino a poterle poi comunicare e raccontare?

Per comprendere ciò dobbiamo introdurre il concetto di integrazione originaria delle Funzioni del Sé, scoperta già da diversi anni da Rispoli (1993). L’apprendimento di tali invarianti, infatti,  sarebbe impossibile se non ci fosse un’integrazione iniziale tra i vari livelli Funzionali, i quali, interagendo insieme, determinano poi quelle che sono le costanti emotive-posturali-fisiologiche-ideative di una determinata esperienza. L’integrazione originaria consente appunto una congruenza nella risposta dell’organismo all’ambiente esterno. Eventuali scissioni, intese come non comunicazioni tra i vari livelli di Funzionamento e di conseguenza risposte disadattive, come i classici ‘sintomi’, possono avvenire solo successivamente.

Gli involucri di esperienze, quindi, non sono altro che particolari configurazioni di Funzioni legate ed in comunicazione fra loro, che il neonato è riuscito ad astrarre dalla notevole varietà degli eventi. Essi sono sempre relativi ad un cambiamento dello stato o delle condizioni: dalla fame alla sazietà, dall’essere preso all’essere lasciato, dalla sicurezza alla paura, dall’eccitazione alla calma, ecc. Il neonato attraverso la loro costruzione riesce ad apprendere come regolarsi per ottenere tali cambiamenti nella direzione da lui desiderata. Se da una parte, allora, gli involucri di esperienza consentono di leggere i cambiamenti tra i diversi eventi, dall’altra parte consentono di intervenire sugli eventi stessi per produrre il cambiamento, diventando capacità.

Cosa accade se ad una capacità acquisita dal neonato, come quella di chiedere il seno, non viene data una giusta risposta? Può succedere che la frustrazione e la tensione prodotta possono distorcere il precedente apprendimento, il precedente involucro di esperienza, al punto da creare un’alterazione e una risposta disadattiva.

Il senso di fame diviene dolore acuto, la tranquilla ed eccitante attesa diviene agitazione frenetica, la simpaticotonia che viene prodotta finisce per fissarsi nel Sé del bambino e cronicizzarsi sempre di più; e attraverso queste prime alterazioni, in un procedimento a catena, si creano nuovi apprendimenti ma stereotipati e non utili alla vita. In altri termini accade che ogni volta che un bisogno del bambino viene disatteso restano delle tracce nelle Funzioni psico-corporee che mineranno l’acquisizione delle successive capacità.

Riassumendo, possiamo concludere che mentre la nascita del Sé inteso come “l’organizzazione di tutte le Funzioni dell’organismo umano, su tutti i suoi piani e su tutti i suoi livelli possibili di funzionamento” la possiamo far coincidere con la nascita stessa dell’essere umano, la nascita del Sé inteso come ‘autocoscienza’ o ‘senso di sé’ o ‘capacità di autorappresentarsi’, trattandosi solo della complessificazione e della ramificazione dell’iniziale coscienza, la possiamo collocare evolutivamente a fasi immediatamente successive.

Resta solo da chiederci quali sono le implicazioni di questo modo di considerare il Sé e la sua nascita? La prima e importantissima implicazione dal punto di vista terapeutico è che la cura non può prescindere dal tentativo di recuperare l’integrazione originaria dei Funzionamenti, perché lavorare soltanto su un livello di autocoscienza, come accade per esempio nel limitarsi al recupero della consapevolezza di sé, vorrebbe dire non solo lavorare su un livello parziale (che è quello dello psichismo) ma anche su un livello che non coincide con il vero Sé dell’essere umano e cioè l’organizzazione dei suoi Funzionamenti  psicocorporei. Soltanto attraverso un’organizzazione sana ed integrata dei Funzionamenti di fondo l’essere umano può vivere pienamente e positivamente tutte le esperienze della vita, laddove alterazioni residue di tali Funzionamenti riporterebbero sempre la persona alle sue antiche difficoltà, senza mai arrivare ad un pieno e reale recupero di capacità.

Bibliografia:

  • Jervis G., Presenza e identità, Garzanti, Milano 1984.
  • Jervis G., La psicoanalisi come esercizio critico, Garzanti, Milano 1987.
  • Jervis G., Significato e malintesi del concetto di Sé, Relazioni Seminario, Istituto italiano per gli studi filosofici, Napoli 1987.
  • Rispoli L., Psicologia Funzionale del Sé, Ed Astrolabio, Roma 1993.
  • Rispoli L., Esperienze di Base e sviluppo del Sé, Ed Franco Angeli, Milano 2004.
  • Rispoli L., Il manifesto del Funzionalismo Moderno. Alpes ed. 2014.
  • Stern D.N., Le prime relazioni social: il bambino e la madre, Armando, Roma 1979.
  • Stern D.N., Il mondo interpersonale del bambino, Boringhieri, Torino 1987.

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