Luciano Rispoli psicoterapeuta: Inizio attività del nuovo direttivo della divisione clinica.

in “SIPs News” n. 7, maggio 1993.

Nel seguente articolo Luciano Rispoli, psicologo e psicoterapeuta, espone l’avvio delle attività che hanno caratterizzato la Divisione Clinica, sviluppando un complesso progetto durato tre anni.


Vorrei, prima di ogni altra considerazione, esprimere un sentito e caloroso ringraziamento per quanti hanno manifestato il loro apprezzamento nei confronti delle attività e dell’impostazione culturale che hanno caratterizzato la Divisione Clinica nel triennio trascorso, e per quanti hanno ritenuto di concordare la loro fiducia al nuovo Direttivo. Ma vorrei anche che un particolare ringraziamento giungesse pienamente, insieme alla mia personale riconoscenza, a tutti gli altri membri del Direttivo uscente, per la loro disponibilità, il contributo scientifico, il clima di collaborazione e l’alto profilo culturale che ne hanno caratterizzato l’attività in questi tre anni.

Sono stati tre anni spesi all’insegna di un unico ampio progetto complessivo (superando la logica delle iniziative frammentarie), scandito in fasi e tappe successive, lungo le quali il dibattito scientifico si doveva sviluppare, e si è sviluppato sui seguenti temi:

 – l’identificazione e la definizione delle grandi aree teorico-cliniche, che hanno riempito in questi anni il panorama della psicoterapia, della psicologia clinica e della psicologia in genere, come teorie di base sul funzionamento e sui processi degli individui e dei gruppi;

 – i problemi della formazione in relazione alle stesse aree teorico-cliniche;

 – la messa a fuoco concreta dello psicoterapeuta, del suo operare e del suo essere, in base alla rete di sistemi di riferimento che adopera, implicitamente ed esplicitamente, consapevolmente ed inconsapevolmente, e alla connessione di tali sistemi con le più generali aree teoriche.

Si tratta ora di far proseguire un progetto di tale portata, analizzando in che misura i contributi di altri rami della psicologia e di altre discipline scientifiche stanno mutando di recente i costrutti delle grande teorie di base, come si stanno organizzando le nuove conoscenze sul funzionamento delle persone, sulla loro interrelazione e sul loro rapporto con l’ambiente, in che senso si stanno avvicinando tra di loro i vari approcci terapeutici. Bisogna – come in altre occasioni ebbi a dire – aprire le porte degli studi e dei laboratori di ricerca; esplicitare processi, costrutti teorici, tecniche, scelte adoperate; mettere in chiaro che cosa accade in una relazione terapeutica o in una relazione d’aiuto, e che cosa si può fare per rendere più efficaci e stabili i risultati. E’ necessario mettere a punto corrette metodologie di verifica degli effetti, per uscire dall’atmosfera stagnante del mistero, dell’indicibile, del confuso. Oggi la psicologia clinica ha un compito da svolgere di estrema importanza, per rispondere sia a chi la vuole confinare nelle strettoie del solo intervento curativo dei disturbi psichici, sia a chi la vuole screditare come tecnica terapeutica attraverso i nuovi attacchi della psichiatria organicistica e farmacologica. Per quanto riguarda il primo versante, possiamo rispondere che la psicologia clinica deve poter occupare pienamente quegli ampi spazi operativi e applicativi che in fondo proprio da essa discendono (dalle teorie che riguardano lo sviluppo, il funzionamento e il rompersi degli equilibri psicofisici degli esseri umani); e che riguardano tutto il vasto discorso della prevenzione, primaria e secondaria (e non soltanto di tipo psichico), nonché quello più recente di una psicologia volta al benessere. Per quanto riguarda il secondo punto, la psicologia clinica non potrà non accettare la sfida della scientificità, pur conservando la sua specificità di scienza della relazione e non da laboratorio e le sue peculiari metodologie. Non è più tempo di trincerarsi dietro paraventi di misteri, ne di salire sull’aventino in nome di nobili origini da salvaguardare. La richiesta di voler star bene, il bisogno di qualità della vita, la consapevolezza di dover combattere le conseguenze dello stress, si stanno diffondendo oramai a livello di massa. E a queste così profonde e vitali esigenze, di una società che, sia pur faticosamente, sta tentando di maturare, non si può dare realmente risposta né con la psicologia spicciola di miriadi di rubriche che appaiono in numero crescente su riviste e giornali, né con promesse miracolistiche di terapie troppo brevi, ne con gli arroccamenti degli impianti psicoanalitici tradizionali (lunghi e non facilmente esportabili in altri setting), ne tantomeno con tecniche arraffazzonate, praticismi arruffoni, modelli a effetto, fumosità inconsistenti. E’ la psicologia clinica tutta che deve poter dare risposte complessive e articolate, in qualità di scienza ad alto profilo, respingendo le accuse di non scientificità. La psicologia clinica deve poter utilizzare in pieno l’intero ampio spettro di modelli e di teorie che ne fanno parte, (non si può più accettare che a livello dei media e di conoscenze di massa sia ancora così spesso identificata con solo alcune delle sue parti), e deve affrontare, a partire dalla ricchezza dei contributi esistenti e con un aperto dialogo pluralista, una ricerca sistematica a largo spettro, un processo di ampio rinnovamento, che la porti ad essere in grado di rispondere alle nuove esigenze e alle nuove connotazioni sociali.