Luciano Rispoli psicoterapeuta: Il modello del Sè corporeo come riconnessione nei processi formativi.

in L’età dell’uomo” n. 24 – Ferrara, 1988.

Luciano Rispoli, psicologo e psicoterapeuta, guarda alla formazione dello psicoterapeuta come processo di modificazione di vari livelli: dal cognitivo, all’emotivo.


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Se guardiamo alla Formazione dello psicoterapeuta come a un processo di attraversamento e di modificazione della persona a più livelli, non solo quello cognitivo dell’apprendimento razionale, ci ritroviamo automaticamente a fare i conti con i nodi teorici di una necessaria ridefinizione delle pratiche e dei modelli del campo ‘clinico”. La separatezza tra approcci e metodologie differenti, pur avendo generato un arricchimento delle possibilità di studio di processi psichici e comportamentali dell’essere umano, può oggi costituire un empasse. Il rischio è, infatti, quello di un rifiuto aprioristico di una mentalità sperimentale e scientifica (che deve comunque tener conto della delicata specificità del settore psicoterapico) se non si arrivano a definire i confini teorici dei vari approcci, se non si pone mano ad un’integrazione di ampio respiro, se non si accetta la possibilità reale di confronto e soprattutto di verifica. La possibilità di guardare, attraverso le lenti di ogni singolo modello teorico, non solo a ciò che il modello tautologicamente autovalida, ma a processi differenziati e complessi, (dai dispositivi di cura, allo studio dell’eziologia dei disturbi; dalla prevenzione, all’applicazione in campi sociali più allargati; dalla variabilità dei settings istituzionali, alla inclusione di un modello e di una interpretazione sull’età evolutiva), costituirà paradossalmente proprio la garanzia che non si creino altrettante “psichiatrie” o “psicologie cliniche”. E’ proprio dall’osmosi attraverso i confini, dal confronto tra ampie vedute, infatti, che può arrivare la complessa e sostanziosa capacità di individuare elementi comuni, illuminare aree di dubbi e incongruenze, di giungere infine ad una corretta impostazione epistemica generale dell’intera disciplina: a quello che potremmo definire un corpus teorico clinico. Ciò premesso ci accingeremo, con questo spirito, ad illustrare metodologia, significati, impostazioni e nodi teorici (seppure in modo sintetico e schematico) relativi ai processi formativi nell’ambito del nostro modello: quello della Vegetoterapia carattero-analitica nelle sue formulazioni più attuali, alle quali ci hanno portato quasi 20 anni di ricerca e di attività. Analizzeremo cioè la formazione alla luce della teoria del Sè corporeo (con i suoi molteplici processi funzionali) e della stratificazione nella struttura psichica e somatica dell’individuo, a partire dall’impostazione della Scuola Europea di Formazione in Vegetoterapia carattero-analitica e Psicoterapia corporea, così come è organizzata e realizzata in Italia dalla S.I.V. Se dunque la Formazione ha una valenza ampia e profonda, può essere vista allora come un processo volto soprattutto a ridonare senso in quelle zone dell’esperienza emotiva, cognitiva e percettiva nelle quali la risonanza è come attutita, distorta o addirittura apparentemente spenta; Lo stretto parallelismo con la pratica psicoterapica lo si coglie nel considerare che la tendenza è nel condurre il sistema “paziente-terapeuta” o “formatori-allievi” in aree cosiddette integrate, dove c’è ancora una forte connessione tra “movimenti” (intesi in senso sia fisico che psichico) ed “emozioni”, tra “espressioni” e “percezioni” e così via. Ciò è possibile se si tengono presemi, a nostro avviso, alcuni punti basilari che costituiscono delle premesse indispensabili nel nostro modello formativo. 1) La Formazione non può essere disgiunta dalla Ricerca ma anzi ne è parte integrante se non vuoi divenire una acquisizione di capacità limitatamente applicative. Il periodo è che “modelli forti” inducano ad una pedissequa ripetitività della propria storia terapeutica, in contrapposizione con la molteplicità e la complessità della realtà. 2) L’inventiva e la creatività possono dare ragione di un modo specifico di “sperimentabilità” in campo clinico, purchè si individuino tappe, fasi, principi e strategie generali strettamente connessi col modello teorico in questione. L’inventiva, per un modello del Sè corporeo, che vede la integrazione originaria di più processi funzionali man mano complessificarsi e articolarsi senza sostanziali salti di capacità nei primi anni di sviluppo dell’essere umano, non può che assumere il senso di ritrovarsi di nuovo, di elaborare ed ampliare solo ciò che può rientrare nell’area esperienziale dei “Riconosciuto”. 3) La definizione di norme e regole, altrimenti, rischia di perdere il senso intimo di ricerca come l’abbiamo definita, per scivolare in una caratterialità rigida, che finirebbe per essere la base di pregiudizi e stereopatie. La propria strada terapeutica si trasforma in un “Loop” cibernetico, senza output, chiuso in se stesso, come altro aspetto di una irrisolta rigidità espressiva e percettiva. Le percezioni di movimenti ancora soggetti a profonde scissioni interne non possono che dar luogo, se richiamati meccanicamente, a sensazioni di angoscia e paura, generate dall’impossibilità di riconoscere ciò che sta accadendo su piani somatici, fisiologici, funzionali o emotivi. Ciò spinge ad una legittimazione sulle medesime strade coattive e sugli stessi circuiti di Loop. 4) la Formazione, allora, non può essere considerata come una somma di esperienze che è possibile “accumulare”, ma va accostata a profondi iter di tras formazione. Come tale ha bisogno di una strategia complessiva, di un filo conduttore indispensabili per rimodellare vecchie fissità e per riampliare dimensioni percettive, espressive, motorie, ideative, ecc. 5) Nel modello del Sè corporeo tutto ciò acquista un senso ben preciso, e non vago e indeterminato di attraversamento interiore, di viaggio all’interno, o di regressione al passato. Noi parliamo infatti della necessità di ricucire pazientemente scissioni e fratture, di ritrovare aree di integrazione per ripartire da lì alla riconnessione di vari livelli, alla rimobilizzazione di processi e funzioni del Sè corporeo. 6) Dal parallelismo coi processi terapeutici deriva la necessità di prendere in considerazione quei fenomeni complessi di interazione tra il sè e il mondo ester  no nei quali si presentano in forma massiccia e altamente significativa ciò che definiamo le condensazioni nel presente di tutti gli esiti stratificati delle relazioni trascorse. Anche nella formazione, dunque, sarà utilizzato, in senso ampliato all’intera sfera del Sè corporeo, il campo transferale: vale a dire la modificazione continua delle incongruenze tra i sistemi aperti costituiti dal complesso formatori-allievi. 7) Come nella crescita del bambino si va espandendo la sua capacità di “decentrarsi”, di assumere punti di vista differenti, di trasportare su un piano immaginativo esperienze motorie e viceversa, così anche i processi riformativi ci sembra debbano poter realizzare un decentramento percettivo ed espressivo. E’ importante allora che non ci si limiti al classico rapporto diadico, paziente-terapeuta o allievo-analista didatta, ma che ci si apra sempre più a relazioni di tipo multiplo, sia nei tirocini, che nella terapia vera e propria, per facilitare il riassestarsi di visuali multiple, di ottiche decentrate, di potenzialità percettive ed espressive, che possono essere andate perse durante le vicende di vita trascorsa. Per potere ora esaminare più nel dettaglio modalità e metodologie della formazione in Vegetoterapia non possiamo non richiamare alcuni punti strutturali del modello del Sè corporeo che sì pongono in stretta connessione con tali processi. Ricordiamo innanzitutto che anche l’interessamento nei confronti di livelli più specificatamente corporei ha subito la stessa evoluzione toccata, nella storia della psicoanalisi, a fenomeni quali le resistenze prima, il transfert e il controtransfert dopo. Anche il corpo, quindi, inteso non solo come sistema di strutture e di funzioni, ma anche come rappresentazione su più livelli del sè, da ostacolo, da elemento di difficile comprensione e controllo ha finito per divenire un potente e fondamentale elemento che facilita e accelera i processi terapeutici. Bisogna però puntualizzare che le funzioni del Sè corporeo non vanno viste nel ristretto e limitato ambito della fisicità (che attiene ovviamente al campo della biologia, della neurofisiologia o dell’anatomia), ma sempre e comunque dal punto di vista della RELAZIONE. Il rapporto rimane l’oggetto di studio della psicologia ma, come tale, può essere studiato con l’ausilio di strumenti via via più sofisticati, con angolazioni e visuali più ampie e più complesse. Lo stesso vale per quanto riguarda pratiche e teorie psicoterapeutiche. Scriveva Racker nel 1968: “E’ possibile supporre che il progresso futuro delle conoscenze psicologiche in generale e in particolare degli avvenimenti interni dei pazienti nella situazione analitica, ci darà la possibilità di intensificare e persino accelerare sempre più il processo di trasformazione psicologica. Ciò dipende dalla nostra crescente capacità di capire e scoprire i processi che giacciono al di sotto di ogni frase del paziente, di ogni suo movimento mentale, ogni silenzio, ogni cambio del ritmo del linguaggio e della voce, di ogni suo atteggiamento. Dobbiamo però sgombrare il campo da alcune concezioni distorte e meccanicistiche che si sono insinuate nel campo delle terapie psicocorporee, spesso tramite pratiche del tutto empiriche, prive di strutturazioni ed elaborazioni teoriche, volte più a suscitare forti sensazioni ad effetto che a intervenire seriamente ed efficacemente sul profondo. Continuare oggi a sostenere il dualismo psiche-soma è veramente poco significativo, in quanto le due categorie sono in realtà troppo ampie e vaghe. Il modello del Sè corporeo, invece, individua in un’analisi multidimensionale numerosi piani funzionali, tra i quali è possibile che si generino scissioni, sconnessioni, separazioni, ciascuna con significati e conseguenze ben determinate. L’alterazione delle funzioni può essere dunque individuata da un’indagine molto più dettagliata che consideri il Piano posturale (tono muscolare, postura, movimenti, strutture somatiche); il Piano Emozionale (qualità e intensità delle reazioni emotive); oppure il Piano fisiologico (Apparati: circolatorio, respiratorio, digerente, endocrino o anche Sistemi: nervoso centrale, vegetativo, periferico); o infine il Piano cognitivo simbolico (sistemi di pensiero, capacità ideative, strutture simboliche). L’intervento sul corpo non ha come scopo quello di sconvolgere gli equilibri esistenti inducendo forti emozioni o vissuti di esasperata intensità. E’ altrettanto semplicistico restare ancorati a concetti che hanno sì aperto la strada agli interventi psicocorporei, ma che hanno ormai perso in validità, quali quello di sciogliere le tensioni muscolari. Non si tratta di allentare la durezza della muscolatura, o di applicare tecniche di rilassamento. Il concetto di fissità del tono muscolare di base ci fa capire invece che si può parlare di un ipertono come di un ipotono, e di tutta una gamma intermedia in profonda e complessa connessione con le reazioni, primarie da un lato, e attuali col terapeuta dall’altro.
Non si tratta neppure di usare meccanicamente il corpo per far “uscire” da esso ricordi passati, infantili. La memoria corporea è una funzione periferica, decentrata, non paragonabile ad un serbatoio di “memorizzazioni puramente mentali”. E’ più corretto sostenere che in essa si possono ritrovare gli esiti attuali in contemporanea di movimenti emotivi passati e delle modalità con cui questi hanno interagito con l’ambiente circostante. La memoria corporea è una sorta di condensazione del vissuto arcaico e attuale strettamente intrecciati, il cui filo rosso è costituito dalla “stratificazione emozionale” in quelle parti del corpo contemporaneamente implicate in quel periodo e in quel vissuto emotivo. Un altro frequente pregiudizio, ripetendo lo schematismo mente-corpo e perpetuando la dipendenza del corpo dalla mente, pretende che sia sufficiente in psicoterapia corporea modificare soltanto lo schema mentale che l’individuo ha del proprio corpo. Attraverso la mente, insomma, sarebbe direttamente possibile influire sul corpo e ‘modificarlo’ più o meno consapevolmente e più o meno volontariamente. Non è tanto per alterare gli stati di coscienza dell’individuo che acquista senso agire sui sistemi corporei. Non è un uso “strumentale” del corporeo che può arricchire prassi e teorie psicoterapeutiche. Appare di contro ricco di possibili implicazioni e di nuovi risultati studiare questi stati se li si collega ai fenomeni di alterazioni percettive, alle patologie generate dalla sconnessione tra percezioni e consapevolezza, o dalle numerose incongruenze possibili tra diversi piani funzionali.

Da quanto sinora enunciato discende immediatamente l’improponibilità di tecniche terapeutiche che procedano a casaccio, o che percorrano strategie fisse e stereotipato (ad esempio smuovere i blocchi corporei dalla testa verso i piedi, sfogliare i blocchi dalla superficie verso l’interno come una cipolla, ecc.). Attraverso l’uso del campo transferale ampliato, e seguendo il filo della stratificazione emozionale, l’intervento psicocorporeo pone come problemi teoretici, di rilevanza non secondaria, temi quali: quando usare le parole e come; quando interpretare e quando fare rispecchiamento; quando toccare direttamente il corpo, Come e dove; che “ruolo” agire: come e quando utilizzare le emozioni controtransferali: quando passare dalla fase regressiva a quella ricostruttiva; ecc. E’ possibile comunque individuare, al di là delle particolarizzazioni tecniche, una strategia complessiva che può essere riassunta come tendenza alla regressione psicosomatica in quelle aree dove è ancora intatta l’interazione e l’integrazione tra le varie percezioni del Sè. Il concetto di contatto, allora, spesso considerato genericamente come capacità di sentire empaticamente l’altro, perde di nebulosità e di magia, e acquista un senso preciso, che è quello di utilizzare determinati canali per entrare nel profondo: proprio quelli dove c’è minore “caratterialità”, più mobilità e quindi ciò che definiamo un minore ispessimento del falso Sè. Ciò vorrà dire utilizzare, a seconda della fase terapeutica e della stratificazione emozionale che si stanno attraversando, più il simbolico o il razionale, maggiormente il piano fisiologico o quello posturale, in un continuo ricollegare e riconnettere ciò che il paziente ha continuato a vivere separatamente e con mobilità ridotta. Ritornando al modello formativo specifico di questa impostazione teoretica, ne discende che è necessario costruire nella fase operativa un delicato equilibrio, affinchè non si corra il rischio di ripercorrere pedissequamente paradigmi appartenenti strettamente alle scienze fisiche e naturali, dal momento che l’oggetto psicologico resta pur sempre il campo della relazione. Ma neppure si può rifuggire dalle continue nuove scoperte che permettono di affiancare ai metodi tradizionali di tipo “soggettivistico” dati e segnali “oggettivamente” rilevabili e condivisibili tra terapeuta e paziente, trainer e gruppo, ecc. Il terapeuta continua ad essere lo “strumento” attraverso cui si rispecchia e si dipana la vicenda terapeutica che, rimandata e condivisa col paziente, anche a livelli inizialmente non consapevoli, permette modificazioni stabili e significative. Ma ciò che tempo fa appariva nella scena relazionale invisibile o visibile solo “indirettamente’ nel verbale, nelle associazioni e nei sogni, può oggi diventare visibile immediatamente come sconnessione evidente tra piani e funzioni del Sè corporeo (tra il detto e la postura, tra il percepito e il movimento fisiologico, o anche all’interno del medesimo livello di funzionamento). La coniugazione di soggettivismo con dati percepibili in modo stabile” e incontrovertibile ci dà la misura della possibilità di accedere ad uno sperimentalismo, non classico, ma pur sempre capace di ingenerare paradigmi e proporzioni scientifiche valide in generale, poichè il pensato può essere rinsaldato dal percepito e i vissuti transferali e controtransferali confluire in un campo congruente e significativo, reso costruibile dal concetto più ampio di Sè corporeo. Nella traduzione pratica di queste teoresi, e in particolare della necessità di interconnessione tra livelli, ancora molto va affinato, specie nel campo formativo. Appare però subito evidente che la vasta gamma di modalità formative che la nostra Scuola utilizza hanno un preciso senso di sollecitare da più piani la mobilità percettiva-espressiva dell’allievo , per permettergli, proprio come è nella nostra pratica sperimentale con l’infanzia, di affrontare i nodi della sua caratteriali- Là in modo integrato. I tirocini specifici sull’infanzia, poi, hanno il compito di introdurre esperienze dirette nel campo evolutivo, che una teoria clinica deve non solo non ignorare, ma poter includere al suo interno, come teoria generale della formazione della personalità. I tirocini sull’osservazione, d’altra parte, stimolano già in fase formativa quella particolare area di esperienza che potremmo definire della terza posizione, tra terapeuta e paziente, tra soggetto e oggetto. Preludono alla specifica funzione delle Supervisioni di cui, tra l’altro, vogliamo qui mettere in evidenza un aspetto per noi significativo: il problema della distanza terapeutica. La lettura del campo transferale, specie in gruppo, allargata a tutte le funzioni del Sè corporeo, infatti, rende possibile la riacquisizione di una modularità tra il Sè e l’altro che non è né distacco né confusa identificazione e neppure un altrettanto rigido e poco significativo “giusto mezzo”. Quando si lavora col corporeo questo problema diviene di una delicatezza e al contempo di una intensità senza precedenti, tanto che si impongono soluzioni concettuali e operative certe e precise. E’ nato così questo concetto di modularità, che denota un continuo movimento, una oscillazione veloce tra la posizione del Sè e dell’altro, sul piano emotivo, razionale e corporeo in contemporanea, per evitare immobilità e paralisi, a parer nostro infruttuose perchè estremamente collusive con la caratterialità del paziente.

Attività di formazione in vegetoterapia carattero-Analitica.

  • Gruppo terapeutico
  • Terapia individuale
  • Intensivi
  • Seminari teorici
  • Laboratorio didattico

Infanzia    

  • Tirocini guidati: Gruppo Colloqui clinici
  • Supervisione gruppale
  • Supervisione individuale
  • Co-training gruppale
  • Tutors

Oltre alla attività della scuola in Vegetoterapia carattero analitica, ciò che può dare un’idea più precisa del continuo tentativo di ricollegare il modello terapeutico a quello formativo lo possono dare alcuni esempi di come vengono affrontati determinati temi e problemi.

Lettura struttura caratteriale gruppo

Osservazione Gruppo

  • Percezioni. Controtransfert legato al piano emotivo e fisiologico.
  • Struttura spaziale.
  • Supervisione di gruppo.
  • Riconnessione con la propria esperienza di gruppo.
  • Decentramento visuale.
  • Terapia di gruppo.
  • Riconoscere pensiero ed emozioni gruppali dall’interno.
  • Rispecchiamento multiplo.
  • Mobilizzazione del piano.
  • Posturale sia dell’individuo che del gruppo.

 Teoria sul gruppo

  • Riconnessione con le concezioni.
  • Proposizioni scientifiche.
  • Formalizzazioni.
  • Comprensione creativa.
  • Mobilitazione cognitiva.

Intervento sulla struttura muscolare del paziente

Terapia personale

  •  Rapporto con la propria struttura muscolare e Somatica.
  • Propria stratificazione emozionale

Laboratorio Didattico

  • Esperienze terapeuta-paziente di “tocco”.
  • Transefert e controtransfert nell’agire terapeutico.

Osservazione infanzia

  • Tratti caratteriali e corrispettivi somatici nel loro insorgere.

Supervisione

  •  Distinzione tra i Sè e il non Sé.
  • Risonanze al proprio interno di postura e tono muscolare.

Vi si può leggere per quanto, siano schematici i grafici a blocco riportati, il senso profondo di una prassi che deve sempre ricercare ragioni epistemiche e metodologiche, non essere più fine a se stessa. Il tentativo è quello di interconnettere più piani e livelli di esperienza e di rielaborazione come superamento della concezione lineare dei processi (che ritiene di poter far riscendere dalla trasposizione pedissequa della terapia  e dell’analisi didattica direttamente un campo formativo  Completo). Si può invece verificare a partire da questa  ipotesi di intersezioni metodologiche e funzionali come sia ben ingannevole e riduttivo pensare che basti sconfinare nel corporeo per affrontare nuovi e delicati nodi teorici della psicoterapia (magari applicando dei messaggi, toccando qua e là, forzando errati processi respiratori, rilassando o facendo allenare dei muscoli.) Alla psicologia clinica si dischiude con la Psicoterapia corporeo-caratteriale un campo di intervento e di ricerca, né agli inizi, né paragonabile a semplici tecniche o a particolari di secondaria importanza; ma è proprio il senso più profondo e dinamico della relazione stessa ad essere chiamato in causa, con tutti gli accadimenti che intervengono sui vari canali e piani interattivi, rispetto ai quali, come non è più possibile chiudere gli occhi, così non si può neppure saltare a  empirismi o formulazioni inconsistenti, incomplete e prive di agganci scientifici con le altre discipline che studiano l’uomo e il suo complesso funzionamento.